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Laurearsi nel ramo della Comunicazione

Posted by Alex on gennaio 11th, 2012 at 2:21 pm


Laurearsi in corsi di laurea orientati alla comunicazione è davvero tempo perso come sempre più spesso si sente dire? Prendo spunto per una riflessione dal recente post di Giorgio Soffiato su Marketing Arena e da uno scambio di commenti avuto con Sara S. su Facebook. Dato che studio “Comunicazione pubblica e politica”, credo di poter esprimere anche la mia opinione con forza.

Innanzitutto Giorgio riporta alcuni problemi strutturali per il comunicatore professionista, che ritengo interessante citare:

Cul­tura: in Ita­lia manca la cul­tura della comu­ni­ca­zione come leva di mar­ke­ting (e non solo) a ser­vi­zio delle imprese. Uno dei pro­blemi che più spesso è stato sol­le­vato nei com­menti all’articolo è che chi si occupa di comu­ni­ca­zione nelle imprese in realtà spesso ha una for­ma­zione di altro tipo (tec­nica, ammi­ni­stra­tiva, com­mer­ciale) e prende deci­sioni sulla base dell’esperienza fatta in azienda più che di solide basi sul tema.

Sta­bi­lità: esi­ste un forte pro­blema di sosti­tui­bi­lità delle per­sone, lau­ree “più forti” (inge­gne­ria ad esem­pio) rie­scono dopo un primo periodo a otte­nere con­tratti più sta­bili men­tre gli esperti in comu­ni­ca­zione fati­cano molto in que­sto senso (ricor­date anche il feno­meno nofree­jobs?)

Partendo dal pensiero di Giorgio, che mi ha colpito, provo a esporre un ragionamento che faccio con gli amici ormai da anni. In Italia è abbastanza evidente – specie oggi – che tutto il mondo del lavoro sia fortemente in crisi: quello autonomo, in primis, e a seguire ovviamente quello dipendente. Che ci si sia laureati in giurisprudenza, in architettura, in economia o in comunicazione, quello che ci ritroveremo di fronte una volta laureati è un mercato ormai saturo, probabilmente addirittura in esubero di professionisti, anche a causa sia della recessione (iniziata negli ultimi mesi del 2011) che si vedrà alla fine di quest’anno, sia delle misure drastiche volute da Monti. Si salvano da questo discorso forse giusto i laureati in medicina.

Fare l’avvocato o il commercialista non è più come 40 anni fa, quando una volta ottenuta l’abilitazione aprivi il tuo studio, trattavi praticamente di tutto, ed eri praticamente certo di avere almeno un discreto successo. Oggi anche molti paesini hanno il loro avvocato o il loro commercialista, per riuscire a ritagliarsi dello spazio è necessario farsi in quattro e tentare di specializzarsi in una piccola nicchia per poter superare tutta la concorrenza nella preparazione di quel tema. Esempio, se avessi bisogno di un avvocato esperto di temi scolastici, il più vicino ce l’ho a 50 km da casa, a Torino. Un eccellente esempio per dimostrare come specializzandosi ci si possa ritagliare il proprio spazio.

Però il problema è che spesso l’Università rimane ancorata troppo sui canonici insegnamenti teorici, rimanendo lontana sia da particolari specializzazioni utili un domani sul lavoro, sia dalla pratica stessa che si può fare solo con i tirocini (in cui però si lavora gratis, facendo spesso cose inutili lontane da quelle promesse).

Interessante a tal proposito il commento di Mattia Fari, lasciato sul post di Giorgio Soffiato citato in precedenza:

L’università (non solo Scienze della Comunicazione) necessita una ristrutturazione, in particolare mi riferisco a quei Corsi (umanistici) non direttamente collegati/indirizzati ad un preciso lavoro o ad una cerchia ristretta di lavori. Lo scollamento tra i due mondi poi è più netto se, come avvertito da molti studenti/laureati (in scienze della comunicazione e non solo), l’università stessa non prova a colmare il gap pratico/teorico/burocratico col mondo del lavoro provando essa stessa ad indirizzare e motivare i suoi studenti verso uno o più percorsi preferenziali. Per fare ciò dovrebbe assumere alcune dinamiche della formazione post laurea.

In tutto questo discorso, è ovvio che i ragionamenti risultino mille volte più accentuati per i laureati in corsi di comunicazione: vuoi perché siamo (saremo, non sono ancora laureato) in tanti, vuoi per la mentalità italiana e per la crisi, vuoi per un milione d’altri motivi.

Per questo credo sia importante prendere l’Università non come uno strumento per trovare dopo il lavoro da dipendente che sarebbe bello fare e che permetterebbe un ottimo guadagno con il minor numero di ore lavorative possibile (mi son informato sull’iter per diventare Segretario Comunale, che rimane tuttavia proibitivo). Ma piuttosto come uno strumento per prepararsi – parallelamente alla pratica che va fatta durante gli studi, anche solo nel tempo libero – per raggiungere quell’obiettivo che senza tempo e preparazione potrebbe risultare proibitivo. Sarà difficile da raggiungere anche con tempo e preparazione, ma è fattibile. D’altra parte sono nati così i vari Facebook e Google, ora chiamati dagli studiosi addirittura “over the top”.

Voglio credere alla leggenda raccontata da Oscar di Montigny per cui gli studenti di Stanford girerebbero tutti con un business plan in tasca. Credo che per poter trarre quel che di positivo ha da darci l’Università si debba avere una propria idea da sviluppare, e fare le scelte dei corsi di laurea in questa direzione. Che sia collegata alla giurisprudenza, all’economia o alla comunicazione. Io ho scelto il corso di laurea in “Comunicazione pubblica e politica” perché una volta laureato voglio tentare un’idea che ho da tempo, e che metterebbe insieme il lavoro fatto per conto mio in questi anni sul web (e quindi anche nel giornalismo) e lo svago: mi mancavano delle basi teoriche, che sto ottenendo in questo periodo, studiando comunicazione all’Università.

Poi è ovvio, capitasse l’occasione di un importante tirocinio o di un importante contratto in qualche grande azienda, dopo la laurea, probabilmente non direi di no. Ma voglio giocarmi tutte le mie carte per tentare di dare un perché alla mia preparazione accademica, orientata ai miei interessi di progetto autonomo, e poter un domani dire di averci almeno provato. Consiglio a tal proposito la lettura di un bell’articolo di Beppe Severgnini (clic qui) che ritengo davvero molto interessante e incoraggiante.

Per questo non condivido il pensiero di chi si lamenta dell’inutilità della facoltà di “Scienze Politiche” e dei corsi di laurea nel ramo della comunicazione. E’ vero, tra chi cercherà lavoro il 90% probabilmente rimarranno delusi. Ma chi il lavoro vuole inventarselo?

Photo by Windsordi from Flickr.com with Creative Commons Rights.

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2 Responses to Laurearsi nel ramo della Comunicazione

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  2. Ciao Alex, aggiungo un solo elemento a questo ottimo post: più passano gli anni più aumenta la % degli “zombie” in classe, studenti impigriti dall’università che galleggiano per 5 (6,7,8,9) anni aspettando che lo Spirito Santo gli fornisca un lavoro, e lamentandosi se lo stesso non arriva. Ci vuole coraggio, grinta e capacità imprenditoriale. Ovviamente servono anche le spalle coperta da mamma e papa e l’istinto di provarci, temo però non ci sia alternativa.. l’unico tempo indeterminato rischia di essere ormai solo quello speso a cercare un lavoro che oggi non esiste più..