Ricevo questa lettera che pubblico così com’è.
Ci sono esperienze che cambiano la vita: dal giorno dopo tutto appare diverso. Ma bisogna volerle affrontare: rendersi conto di alcune realtà fa male, lascia un’ombra indelebile nello sguardo. Eppure, veder crollare il proprio piccolo mondo dorato apre un varco su un orizzonte diverso, al di là di un’ipocrisia così greve da diventar farsa. E forse solo così, in una presa di coscienza che abbassa ed eleva, sul palcoscenico di questo freddo mondo, l’indifferenza germoglia in fratellanza e nel dramma visibile di chi si trova appena ‘un po’ più in là’ sboccia un fiore raro: il comune sentire. Un amore puro che si fa umile ascolto del grido di chi tace e nega o scappa, persino. Un grido rimasto in gola umiliato e offeso: ma io e chi era con me lo abbiamo sentito. Non si dimentica.
Oggi è tempo di riflettere. Persino per me, ottimista nel dna, case persone affetti sono coperti di un velo bluastro, tristemente irreale. Ma questa ‘avventura’ vale la pena di essere raccontata, nonostante lo stesso ricordo sia faticoso da sfidare, ripercorrendo un sentiero troppo ripido, a strapiombo sull’abisso dell’animo umano.
Su. Siamo partiti verso le 21.00 da Savigliano. Qualcuno, chi l’avrebbe detto, combatte ancora pacifiche silenziose crociate: guerre sante per la difesa e la riconquista della dignità umana. Senza clamore, con francescana umiltà, un pulmino parte alla volta di Torino: destinazione piazza Massaua, Settimo Torinese, i dintorni di Piazza Sabotino: i luoghi della prostituzione nigeriana. Obiettivo: incontrare e portare una parola di speranza alle ragazze che battono la strada, che si vendono ogni sera su quei marciapiedi squallidi a uomini che il grigiore se lo portano dietro anche dopo il fugace rapporto. Uomini che quel grigiore ce l’hanno dentro. E li ho visti, a decine: piccoli branchi di ragazzini ridacchianti e sovraeccitati, quarantenni distinti, trentenni curati, vecchi unti. Uno, due, tre per macchina. Tutti lì, a far la ronda intorno a cosce nude rette da 20 cm di tacco. Troppi anche per quelle gambe sottili. Linee flessuose e sguardi profondi, sotto un trucco che vorrebbe colpire ma stona, come i brandelli di vestiti su quei corpi puri. Tristi Veneri Nere dalle labbra disegnate, gli occhi umidi: ragazze intelligenti, che parlano bene l’inglese e, invitate a pregare, ritrovano nello spirito mistico un’energia innata, cantando i loro gospel con vigore, innalzando a Dio invocazioni ispirate, risolute.
“Questa ragazza, se fosse nata qui, sarebbe un leader” – ho pensato mentre la ascoltavo – ma la sua strada per ora è solo questa, ed è la nostra vergogna. Vergogna per noi, donne, che ci sentiamo ‘diverse e lontane’ da quella realtà; vergogna per voi, uomini, che abbassate il vostro livello sotto la cintola e non vedete in chi vi sta di fronte una vittima; vergogna per gli amministratori, che potrebbero fare di più per debellare un fenomeno in continua crescita, vergogna anche per le forze dell’ordine, che lasciano quelle strade troppo spesso ai margini del loro impegno. Perché? Perché? Davvero ci dobbiamo rassegnare all’idea che nel 2009 la schiavitù proliferi in casa nostra e ‘non ci riguardi’?
Ma fino a che ci saranno donne schiave come farete, voi, segretarie occhialute e ben pensanti, mamme felici che vi chiedete se mettere nel carrello due etti di prosciutto o un pollo a credervi davvero ‘emancipate’? Come farete voi, uomini ‘forti e nobili’, padri di famiglia ‘in carriera’ a guardare i vostri figli negli occhi e sentirvi orgogliosi pensando che altri figli, altri occhi sono condannati a spegnersi chiudendosi lo sportello alle spalle? Io ieri sera ho sofferto. Ho pianto per me, ‘risvegliata’ dopo anni di torpore – troppi – e finita lì come volontaria in uno scampolo di tempo ritagliato a una vita ‘troppo’ piena di tutto e improvvisamente così vuota. Ho pianto per loro, che sono ancora lì, e per un’umanità ferita e abbandonata, sradicata dal proprio mondo, condannata e avvilita a pochi passi dalle boutique, da luci profumi colori griffati. Da 10 anni una donna troppo segnata è lì – una bambina di 3 anni che l’aspetta. Che futuro, che eredità lascia a sua figlia? Chi le aiuterà?
Io non ho figlie, le avrei volute. Ieri sera ho capito: mia figlia è lì, tra quelle ragazze. Vostra figlia, vostra sorella è lì, non lo vedete? Forse c’è ancora qualcuno che pensa alla ‘vocazione’ del ‘mestiere più antico del mondo’. Già. Ma ormai le loro storie si conoscono, io le ho sentite, raccontate da chi le segue da tempo: rapite per strada nell’est o convinte con l’inganno a lasciare i villaggi nigeriani sotto la spinta coraggiosa che solo la necessità può dare (dopo aver firmato ‘regolari’ contratti di fronte ad avvocati – dicono – certe di trovare qui, tra ‘brava gente’, lavori onesti: baby sitter, parrucchiera, badante). Partono per aiutare le loro famiglie, parlano di ‘sette fratelli’, della volontà di ‘mandare i soldi a casa’. Ma una suora buona, che opera in Camerun e si dedica agli altri in una dimensione eroica e gioiosa – nonostante tutto – mi dice: ‘Io patisco, io soffro vedendo decine di ragazze negli aeroporti nigeriani, vestite con gli abiti tradizionali, bellissime, fiere, aperte ad un’avventura che, appena varcata la frontiera, le porterà al sequestro del passaporto, alla violenza, alla costrizione, alla schiavitù, alla prostituzione coatta. E tutti sanno. Organizzare dimostrazioni là non si può: si rischia la prigione. La Nigeria conta oltre 100 milioni di abitanti: troppi, nessuna immagina di finire così. Si accordano con persone rispettabili, conosciute, che ‘garantiscono’, che ‘pagano il viaggio’ con l’impegno di riavere i soldi con i primi guadagni. E loro, semplici, giovani, buone, ci cadono: vergogna! Ma se i maschi italiani non ne approfittassero tutto questo non succederebbe: vergogna!”.
In cerchio, di fronte agli sguardi incuriositi di clienti in attesa e al tremolare commovente delle candele, una ciascuno, sbocciano sorrisi. Offriamo the e brioches, ne prendono due per volta, e anche di più. Qualcuno dice che ‘se non guadagnano abbastanza a volte non mangiano’. Vorrei non crederci, ma poi è impossibile non notare i segni delle violenze: bruciature, lividi, una ragazza zoppica. E’ civiltà? E’ umanità?
Don Oreste Benzi, fondatore dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, ha fatto qualcosa di grande, gettando semi di speranza su questo terreno riarso. E chi di lui ha un ricordo ancora vivo e interpreta gli insegnamenti rinnovando il suo ‘carisma’ è davvero da ammirare. Ma ammirare non basta: questa caduta (di chi inganna, di chi sfrutta, di chi usa, di chi viene usato) chiede una ribellione da parte di tutti. E subito. Chiunque può provare sulla propria pelle queste sensazioni: l’Associazione Papa Giovanni XXIII ha le porte aperte per religiosi e laici, pronti ad aiutare dedicando un po’ del proprio tempo e delle proprie energie, mettendosi anche solo, per cominciare, in ascolto, prendendo coscienza dei fatti.
Ci sarebbe molto altro da dire: storie di ‘maman’, le donne che ‘gestiscono’ le ragazze e i loro spostamenti, di ‘picchiatori’ e sevizie, di catene invisibili intrecciate con malefici riti woodoo, di piazze da pagare alle varie mafie (600 euro di giorno, 900 di notte), di genitori che ‘non sanno’ e che se le ragazze scappano finiscono in ospedale, di liberazione e rinascita. Lo spazio e il tempo per questo, si sa, a volte mancano. Vi invito solo ad una riflessione: questa sera, quando spegnerete la luce nella vostra stanza ariosa e sicura, magari dopo una giornata ‘ordinaria’ di lavoro, dopo aver dato il bacio della buonanotte ai bambini o esservi divertiti con gli amici pensate a loro, che sono là, alla mercè di chiunque. E che non vorrebbero esserci, che a volte pregano di morire. Io vi auguro di non dormire.
Da marzo ad oggi sono 13 Le ragazze che, grazie a questo impegno da parte di associati, volontari, esperti della Papa Giovanni XXIII (sezione Cuneo) si sono ‘salvate’, rifugiate in case sicure in cui viene loro garantita un po’ di serenità, mentre recuperano quel briciolo di autostima utile a sentirsi vive e degne di sperare in un futuro migliore.
Un’amica delle ragazze di strada
Tel. 3477524671
Mail. amiciragazzestrada@email.it
Alcuni dati sull’Associazione Papa Giovanni XXIII
L’Associazione “Comunità Papa Giovanni XXIII” opera concretamente e con continuità dal 1973, anno in cui ha aperto la prima casa famiglia, nel vasto ambiente dell’emarginazione e della povertà. Attualmente la Comunità è diffusa in 25 paesi nel mondo in tutti i continenti: oltre che in Italia, è presente in Albania, Australia, Bangladesh, Bolivia, Brasile, Cile, Cina, Croazia, Georgia, Kenya, Kossovo, India, Israele/Palestina, Moldavia, Olanda, Repubblica di San Marino, Romania, Russia, Spagna, Sri Lanka, Tanzania, Nord Uganda, Venezuela, Zambia. Ogni giorno siedono alla tavola della Comunità più di 38.000 persone, mentre i membri effettivi dell’Associazione al marzo 2008 erano 1.522, mentre 330 persone stavano sperimentando la vita comunitaria nei vari Paesi in cui l’Associazione è presente. Per svolgere questo impegno sono state create promosse e sostenute ben 26 entità giuridiche diverse in tutto il mondo. Don Oreste Benzi è il Fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII ed è stato suo Responsabile Generale fino al 2 novembre del 2007; Giovanni Paolo Ramonda è l’attuale responsabile Generale, primo successore, alla guida della Comunità Papa Giovanni XXIII dal 13 gennaio 2008.
L’Associazione “Comunità Papa Giovanni XXIII” aprì la sua prima Casa Famiglia nel 1973 in Italia, vicino a Rimini. Da allora opera concretamente e con continuità nel vasto ambiente dell’emarginazione e della povertà. La validità, la profezia e la semplicità dell’intuizione iniziale, hanno permesso una notevole diffusione delle Case Famiglia che oggi sono circa 300, presenti in 25 paesi del mondo, di tutti e cinque i continenti. In oltre 35 anni di esperienza, la Comunità ha ideato e realizzato altre 220 strutture di tipologia diversa.
Relazione sulle attività del 2007
L’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII anche nel 2007 ha continuato con intensità la propria azione in favore delle ragazze straniere costrette alla prostituzione realizzando programmi di assistenza e protezione sociale degli stranieri, sia con il lavoro di 16 unità di strada, sia con opera di sensibilizzazione, sia infine con l’accoglienza in case famiglia, famiglie e strutture di pronta accoglienza. Proseguono la recita del Santo Rosario a Perugia con cadenza settimanale e le veglie di preghiera in varie città, per non dimenticare la sofferenza vissuta da molte ragazze. Il 12 dicembre 2007 si è svolta una “Catena umana” a Rimini, per allontanare i clienti dalle ragazze schiavizzate, mentre il 22 dicembre a Roma la manifestazione “Perché le vogliono schiave?” ha avuto un particolare significato, in quanto era stata fortemente voluta da don Oreste ed ha visto l’adesione di numerosi movimenti cattolici (tra gli altri, il Rinnovamento nello Spirito, il Cammino neocatecumenale, il Movimento dei focolari, il Forum Nazionale delle Associazioni Familiari).
Le ragazze incontrate sulla strada sono per il 50% di nazionalità nigeriana, per il 27% rumene (molte ragazze dell’Est, in seguito all’ingresso nella UE della Romania, hanno documenti rumeni per incorrere in minori difficoltà).
Alle ragazze accolte viene assicurata assistenza medica, accompagnamento ai servizi (per rilascio dei documenti, pratiche di varia natura…) e – ove non si proceda al rimpatrio – un percorso di reinserimento sociale (con possibilità di apprendimento della lingua italiana, di corsi di formazione professionale, di inserimenti lavorativi).
Nell’arco del 2007 sono state presenti nelle strutture dell’Associazione o in famiglie 422 ragazze sfuggite al racket; di esse 104 sono state inserite in programmi di protezione durante il corso dell’anno; preponderante, sia in termini assoluti sia in riferimento ai nuovi ingressi, è il numero di ragazza nigeriane e rumene.
Donne straniere vittime di sfruttamento a scopo sessuale:
accoglienze dal 01/01/2007 al 31/12/2007
Albania 19
Nigeria 197
Brasile 0
Polonia 1
Bulgaria 5
Rep. Congo 0
Camerun 3
Romania 36
Cina 1
Russia 2
Colombia 0
Rwanda 1
Ex Unione Sovietica 2
Senegal 0
Ex Yugoslavia 2
Serbia 0
Ghana 1
Sri Lanka 1
Lettonia 0
Thailandia 0
Marocco 0
Ucraina 5
Moldavia 12
N.C. 134
TOTALE 422
Nel corso del 2007 si sono poi realizzati i primi progetti ai sensi dell’art. 13 della legge 228/2003, concernente misure contro la tratta di persone a scopo non solo di sfruttamento sessuale, ma anche lavorativo (soprattutto in edilizia, ma anche nella cura delle persone). Una parte del lavoro di accoglienza e reinserimento sociale, in assenza di contributi dall’ente pubblico e da enti privati, viene svolta a titolo puramente volontario e gratuito.
La foto non ha niente a che vedere con la lettera. E’ stata tratta da Google immagini in modo del tutto casuale.