C’è una storia nella vita di tutti gli uomini


William Shakespeare

Dal Blog

L’han chiamata “Bossi Tax”. E’ la tassa, o meglio il costo, che dovrà sostenere lo Stato per portare i cittadini al referendum in un giorno diverso da quello delle elezioni europee. Si tratta di 172 milioni di euro (e non 460 come detto da alcuni), spesa ingente, che ci ha visti tutti unanimi nel dire “perché sprecare quei soldi?“.
I più demagogici hanno dato la colpa ad Umberto Bossi, in quanto è stato lui a chiedere di non fare l’election day. L’obiettivo, com’è facile immaginare, è pensare che voglia far astenere il suo elettorato dal referendum per cercare di non far raggiungere il quorum. Per spiegare meglio la situazione, però, faccio un passo indietro spiegando cosa si vota al referendum.
I quesiti a cui dovremo rispondere saranno tre: i primi due riguardano il premio di maggioranza alla lista più votata e innalzamento della soglia di sbarramento alla Camera ed al Senato. Attenzione, lista più votata, e non coalizione. Ciò vuol dire che in pochi anni si finirebbe con il bipartitismo. PdL da una parte, Pd dall’altra. Perderemmo l’Udc, partito che si basa sulla storica Dc. Perderemmo i movimenti di Bossi e di Lombardo, che hanno percentuali altissime nei territori in cui fanno leva. Perderemmo Di Pietro, che sfruttando il populismo sta aumentando sempre più i suoi consensi. Il terzo quesito, che a mio avviso sarebbe invece uno strumento democratico, è l’abrogazione delle candidature multiple. Alle ultime elezioni, diversi politici di ‘punta’ erano candidati in più circoscrizioni: risultando a fine elezioni come “plurieletti”, hanno potuto decidere quale circoscrizione d’elezione tenere buona, ed in quali ritirarsi. Dove si sono ritirati, ovviamente, sono passato i candidati a loro sottostanti. Negare questa possibilità sarebbe senza dubbio un grande passo avanti, a mio avviso.
Ora torniamo alla polemica della “Bossi Tax”. Come abbiamo visto, i primi due quesiti del referendum tornerebbero molto utili ai due maggiori partiti italiani, che nel governare non avrebbero più bisogno di scontrarsi con partiti minori. Dopo l’amore di Veltroni per Obama, continua il sogno americano in Italia, cercando il bipartitismo. Quello che ci si dimentica però è che l’Italia ha un’origine molto più antica dell’America, ha complesse situazioni al suo interno, come la presenza di minoranze linguistiche, culture talvolta abissalmente differenti, situazioni economiche più o meno brillanti a seconda delle Regioni. PdL e Pd, insieme, attraggono il 65,5% dell’elettorato, secondo i recenti risultati di un sondaggio dell’Osservatorio Digis per Sky Tg24 (14/04/09). Ciò vuol dire che se tutti gli elettori andassero a votare e fossero coerenti a quelle che probabilmente saranno le indicazioni di partito, il referendum passerebbe con i “si”. O almeno se fosse accorpato alle elezioni europee, in quanto non tutti sono informati sul fatto che possono liberamente evitare di votare ai quesiti, se non sono di loro interesse o se vogliono ‘giocare’ al non raggiungimento del quorum. La colpa – sicuramente – è degli italiani, poco preparati. Ma anche della politica, che anziché chiarire questi dubbi ci fa su leva per sfruttare l’occasione; anche le numerose leggi elettorali che si continuano a susseguire non sono d’aiuto. Il referendum potrebbe vedere pochissime persone interessate al voto ma che, ritrovandosi la scheda in mano, metterebbero le ‘x’ sul si o sul no. Partecipando alla formazione del quorum. Beppe Grillo, dal suo blog, scrivendo una frase priva di un senso logico, permette però di ragionare su come stia degenerando il populismo. “Ora invece l’elettore paga (non richiesto) per non votare un referendum proposto attraverso le firme dei cittadini“. Il problema, rispetto a quanto detto dal comico, è diametralmente opposto. Se i cittadini non tornano alle urne per il referendum è perché non interessa partecipare alla consultazione. O se anche i cittadini tornano, ma non sono la maggioranza, è perché l’argomento non suscita interesse. Dopo tutto non è un dovere il voto al referendum e, pertanto, i cittadini sono liberi di non andare.
Se mettessimo da parte per un solo momento la questione economica, potremmo anche immaginare che l’assenza di democrazia non è nel vedere fallire un referendum, quanto ingannare l’elettorato dando alle persone questa scheda in più in mano quando votano per le europee.
Ovvio, se ci limitiamo a parlare dei 172 milioni di euro anche io dico che Bossi ha sbagliato. Ma se analizziamo tutto il contesto, siamo proprio convinti che la colpa sia solo ed esclusivamente sua? Informiamo i cittadini delle loro possibilità e dei loro diritti. A quel punto sì che potremo arrabbiarci con i politici se ci faranno sprecare dei soldi!

Per approfondire: “Bugie su Accorpamento”, Agenzia Asca

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